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azzurrità


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contraviolaceo


il corpo non conosce azzurrità, il valore del sangue le stringe in contraviolaceo

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disaccordo


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ho in mano un coltello, ascolto l’assenza dell’ultimo tormentone. è possibile canticchiare qualsiasi idea solo mentendo. simulo di fare una scelta: non io! tuttavia questo rifiuto è contaminando: non io se tutti non!

il corto circuito fra standard, meme e morte fa dello stallo in musica un reale musicale. in eversio distrugge il corpo dei suoni: è un cerchio di buchi attorno al vuoto iniziale, produce iniziali, ovvero anticonseguenze attorno al rifiuto: se musica fosse realtà, staremmo dove la realtà si rifiuta di stare.

in antimusica il suono pronunciato è una verità: la parola vivifica la musica; per ogni occasione di significato si rischiano impossibili. fuori dalla catena ogni suono fu verità esclusa, ometterne il corpo sarà oggi una scelta di terzo girone. psicosomatica è immaginare una parola piangere il suono.  flirt du mal è uno scontro fra angeli e demoni: contesa dell’anima. credo in un tale effetto: fra noi e il fenomeno dei battimenti, c’è chi ignora il disaccordo e chi si scopre quando una quadratura fallisce: scambiare di posto due sconosciuti significa accordarli in disaccordo! ho visto dapprima una regola precedere un errore, poi una regola precedere un errore, e ancora una regola precedere un errore. essere complici della musica è abdicare. il corsivo del tempo risolve il percorso dall’iniziale all’iniziale con un movimento insieme centripeto e centrifugo: giunge al punto nel momento in cui definisce la struttura fantasmatica. in antimusica un gioco di funzioni fantasmatiche produce un fantasma musicale. ci interessiamo più all’ombra delle parole assolate, perché una coperta fredda o aspra non ci salverà dalla parola di Nirah.

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eversio contra meme


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prendi un coltello e ascolta chi ha un’idea. osserva il coltello e canticchia l’ultimo tormentone: per la demenza cui ci costringono farai una scelta. dimmi per un volta a cosa ti riferisci: il caso specifico è collettivo creativo. sappiamo tuttavia di avere a che fare con una logica di fatto parassitaria. perché?

nel corpo dei suoni esistono punti, linee, figure, finanche strutture, dove il corto circuito fra standard, meme e moda fa dello stallo una vera e propria condanna. in eversio è il rifiuto di stare lì dove ti costringono, è il rifiuto delle conseguenze, è un buco sul posto vuoto.

in musica il suono pronunciato è una menzogna: vedremo spesso una parola emergere dal fondo come provenire dalla fine, dal silenzio, dal tempo del caos in polvere. fuori dalla catena ogni suono è vano, verità è ometterne il corpo. psicosomatica è immaginare un suono che sorride, o una parola piangere il suono, sorridere lacrimando. alle logicità perverse di un linguaggio che ci rende schiavi di meme opporremo un flirt du mal, uno scontro che degenera così: armonica, acustica, geometria frattale, manualità digitale, apparente uccisione dell’anima. credo che la rimodulazione della nostra sintassi possa produrre un tale effetto: fra noi e il fenomeno dei battimenti, un grande rapporto di amore (ignoro volentieri l’accordatura) odio (imporre un errore a una regola significa scambiare di posto due sconosciuti: -me-me-). potremmo impiegare la musica per combattere la complicità o essere noi stessi complici della musica. l’alternativa, quando l’antilogica lo permette, ci risparmia almeno qualche paradosso! il corsivo del tempo giunge dalla fine e in forma inversa: al punto iniziale ogni sostegno sarà omesso, ma in compenso, ogni funzione in gioco sarà il fantasma di se stessa. a noi interessa più l’ombra delle nostre parole assolate. ogni senso muore intessuto, una coperta calorosa ci salva dal freddo.

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Retorica dell’ignobile


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parent maiuscola sulle figure del discordo

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dovrei prima chiarire per quali ragioni questo vecchio discorso continua a procedere nel senso della desonorizzazione. quello che sta accadendo ai segni di questo codice può ricondursi all’invasione parassitaria di un corsivo la cui presenza, poco più che latente, ha potuto svilupparsi in seno alle parole sul tempo: parassitario non è il corsivo che ne ospita l’eversio, né tantomeno la presunta logica spesso percepita sembra averne a che fare. a questo punto non sappiamo più se si tratta di tempo in eversio o di eversio del tempo, soggettivo o possessivo; che il tempo si conceda a suo piacimento, forse dipende dalle singole occasioni di squarcio, l’anti-evento è puntuale, la stessa natura sembra puntuale nel sentirmi quasi malatico: se l’impegno fu come il clima, perenne e sempre uguale, fu quando stagionale non era ancora precariato. ma questa stessa carie è lontana, io lavoro nel futuro! la struttura che ospita noi senza-tetto-orario non è come le sovrastrutture a tasse: unico modello resta la solita dicotomia tra energia pulita e capacità produttiva dell’uomo. la sola e unica: buttare, usare, creare, essere spazzatura. in questa verità prendiamo posto temporaneamente, come se qualcuno avesse sperato: esperimento fallito, proviamo a credere nella distorsione.

il fine non riuscirà così tanto comunicativo, dipende sempre dall’intonazione: non posso negare al corsivo una pur legittima ascendenza fonico-intenzionale, oltre alle mille altre! comunicare è storia senza parole, dire grazie alla struttura è rifiutarne qualsiasi finalità, e se curiosità muove ancora oltre, il rifiuto è meramente oggettuale: in un libro di carta il discorso può ancora spalmarsi come l’olio col pane sul coltello, che freddo che fa nel deserto insondato dai piccoli! per affrontare il freddo ci vuole una buona copertura: risulterà polare questo dato incontrovertibile:

primo: letteratura come menzogna è quasi un ante-comandamento; secondo: fuori dal discorso, ogni menzogna è vana; per il valore estremo degli ultimi tesori, invano solo verità; terzo: ricorderò di sistemarne le figure; quarto: ai trinomina opporremo la retorica dell’ignobile; quinto: per il valore estremo, qui ogni logica ulteriore trova la morte; sesto: eccoti un manifesto su come esorcizzare il suicidio auspicandone l’esercizio commerciale di massa; settimo: come definire quest’ultimo atto impuro? ottavo: ricordo di Ottaviano cinico… no, sarebbe falso! ma aspro e forte sì… anche lui sistemò tutti i corsivi e conosceva bene il valore della menzogna; nono: Giorgio, non desidero la tua donna, bensì le tue parole sullo stemma e sui dementi; decimo: c’è un piùcheprof. insieme alla sua compagnia interdisciplinare. cui piacerebbe conoscere questo tuo corsivo ricorsivo, saperne di più lo renderà furioso…

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. ò la roba d’altri .

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in un secondo tempo o in secondo luogo (in corsivo sarebbe prima di) è come guardare allo specchio, vedere la destra a sinistra, la faccia con su i piedi. può sembrare una somma di contrari, inversi e soprattutto contraddittori, ma chi ci perde non sarà di certo la razionalità: al più, userei gli oggetti come colori, le parole come oggetti, una direzione per l’altra! bisognerà chiarire prima o poi cosa abbia dichiarato guerra a chi: verso e intensità poi… a caratterizzarne la lotta il corsivo non basta.

chiarire la desonorizzazione resta soltanto una formula magica per il prossimo futuro. ne passerò in rassegna le diverse possibilità di significato cercando di calpestare a piedi nudi o senza maschera il sentiero di una riduzione polare:

bisogna flirtare con la libera nolontà della glocalizzazione

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figure del carnevale nero


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si apre una parentesi di eversione contro l’ordine costituito, ma quanti colori ha il folklore? a parte l’uso di qualche maschera sparuta, a parte l’orario di lavoro cui ogni civile si presta, la notte è sempre un arcobaleno di compensazioni… ma da quando storicamente, in certi luoghi, nessuno mai si è preoccupato di prestare gli isolani, al quando si impose il dove, alle multinazionali il prodotto locale, e glocal delocalization è stato il modello delle epidemie tipiche, dove qualcos’altro si è globalizzato al posto nostro… dirai, fortuna! siamo salvi, non dimenticheremo mai la nostra terra… e invece no!

pirandello ha dominato l’intero teatro da questa nostra sicilia, da qui si vede tutto il teatro del mondo. e se il carnevale di venezia ci riporta a una sublimazione onirica e italobizantina, se il carnevale in brasile ci rifiuta le maschere per il calore del corpo, il loro corpo bruno e vivace di suono vero, ecco cosa accade in italietta: un contadino, nemmeno i magistrati più abili sanno se l’abbia uccisa oppure no; nemmeno i magistrati più abili sanno alcunché di… povere vittime… fuoriescono carri e costumi! vabè, fin qui ci può stare, sarà satira… saranno satiri tutti quei bipedi messi lì, davanti casa scazzi, a farsi fotografare: c’entra sicuramente la televisione, vogliono apparire. siamo in videocracy.

ma no! affonda una nave, la nave di una grande metafora, e anche lì, ecco i primi turisti dell’orrore immortalarsi con dietro il relitto. vorrebbero trovarsi al posto degli annegati, così come sono, assenti ma al centro dell’attenzione? non credo. magari al posto dei sopravvissuti, 14 mila euro di elemosina. siamo in crisi.

un movimento di crisi popolare tentò di bloccare l’italia, gli obiettivi non sono mai stati chiariti, tant’è che tutti riuscirono a trovarvi posto. ma andiamo con ordine, scattiamo due foto: quando c’è lavoro il carnevale è operativo, italiano boom anni sessanta di giorno e brasiliano loop europeo di notte. ma quando il lavoro non c’è, il carnevale è nero, invisibile nel sonno complice, invisibile al risveglio complice…

voglio solo sottolineare che non c’è differenza tra un civile e uno schiavo, nessuna tra sonno e risveglio, nemmeno tra gli stessi colori! è solo un gioco di costanti, dove il valore delle varianti assume il senso del compromesso più originale.

originale è una somma il cui risultato risponde a una perdita per tutti

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